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Mercoledì, 06 Novembre 2019 21:00

Io sono il suo ramoscello

suor Gema

Suor Gema, S.H.M., Spagna:  
“Credo che se sono arrivata sino alla fine, andata e ritorno, sia stato grazie a questo “ramo” che instancabilmente mi offrì il suo aiuto finché arrivammo”.

Suor Gema, S.H.M., conobbe Mayra quando quest’ultima aveva quattordici anni. Qui parla di un’esperienza che vissero insieme in una missione in Ecuador.

Quando io la conobbi, Mayra aveva quattordici anni. Sempre mi ha dato l’impressione di essere molto sincera e retta al momento di prendere decisioni nella sua vita. Era una ragazza di una grande forza di volontà, tanto che cercava tutti i modi possibili per ottenere ciò che lei capiva di dover fare. Non le importava lo sforzo da fare. Alcuni anni fa abbiamo condiviso lo stesso viaggio missionario al Puyo, nella foresta ecuadoriana, per evangelizzare gli indios Shuar. Provvidenzialmente abbiamo coinciso anche nello stesso gruppo, che andava fino a Yampis, il paese più lontano dalla civilizzazione e più addentro nella foresta che P. Pedro Olives, il sacerdote incaricato di questa missione, ha raggiunto per visitare. Questo paese è a otto ore di cammino nella foresta amazzonica, attraverso la foresta. È un cammino molto duro, in cui non ti puoi fermare molto tempo a riposare o a contemplare il paesaggio. La foresta è pericolosa, e ancora di più se scende la notte. Per questo, dovevamo camminare quasi continuamente.

Misiones en Yampis

Mayra durante le missioni al Puyo

Nella spedizione il nostro gruppo era composto da otto persone. Camminavamo a due a due perché, in nessun momento, nessuno rimanesse solo e attardato sulla strada, anche se cercavamo di andare sempre tutti insieme. Per gran parte del cammino io ebbi Mayra come compagna. Per strada parlammo di moltissimi temi. Beh, parlavamo quando potevamo, perché c’erano momenti nei quali o parlavi o camminavi, e siccome non si poteva non camminare, non c’era altro rimedio che non parlare e camminare in silenzio. Malgrado tutto, questo silenzio si rompeva varie volte per le risate e le battute provocate dalle nostre cadute, dagli inciampi e dalle perdite di equilibrio, che erano quasi costanti. Scherzavamo su queste difficoltà per rendere più ameno il cammino.

Arrivò un punto, quasi alla fine del cammino, in cui io fisicamente non ce la facevo più. Le mie gambe quasi non sopportavano neanche il mio peso e mi risultava difficilissimo muovere i piedi per fare ogni passo. In quest’ultimo tratto avanzavamo attraverso una laguna di fango. Gli stivali sprofondavano nel fango e bisognava fare un grande sforzo per tirare fuori il piede e continuare a camminare. Ogni passo implicava un grande sforzo. Usavamo i rami della strada per uscire dal pantano. Mayra spesso era in grado di andare avanti come se niente fosse, mentre che io rimanevo lì bloccata, perché il fango mi risucchiava lo stivale e non riuscivo ad uscirne. Siccome lei sapeva già che mi succedeva questo, stava sempre attenta a prestarmi il suo braccio per aiutarmi a uscire dal buco. E diceva con simpatia: “Suora, io sono il suo ramoscello”. E per tutta il cammino abbiamo continuato con questa battuta. Quando io avevo bisogno di aiuto, dicevo: “Ramoscello, ramoscello”. E lei veniva, allungava il suo braccio e diceva: “Ecco il ramoscello”. Credo che se sono arrivata sino alla fine, andata e ritorno, è stato grazie a questo “ramoscello” che instancabilmente mi offriva il suo aiuto finché arrivammo.

Lungo la strada io ogni tanto le domandavo se stava bene. Lei sempre rispondeva: “Sì, sto bene”. E quando stava quasi già arrivando continuava a dire: “Sì, sto bene…” Anche se questa volta aggiunse: “Solo mi sembra che mi stringa un po’ lo stivale sull’alluce”. Infine, quando arrivammo e ci potemmo togliere gli stivali, mi mostrò il suo dito e aveva l’unghia viola: “Mi fa un po’ male”, disse. Qualche giorno dopo, già  ritornata a casa sua, la volta successiva in cui ci vedemmo, mi disse: “Suora, mi è caduta l’unghia”. Però mentre eravamo nell’accampamento Shuar, nascose il suo dolore fino a far credere che non fosse gran che, perché giocava con i bambini a calcio e continuamente si offriva per qualunque cosa servisse.

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